
[12/10/2011] Recensione La Cantaora y el Duende su

[15/09/2011] Franco Romanò e Loretta Sebastianelli su
La città e le stelle

[07/09/2011] Loretta Sebastianelli su
Agenda di scrittore

[01/01/2008] Rocco Loschiavo su

[01/01/2008] Franco Romanò su

[28/10/2007] Gabriella Gianfelici e Lucianna Argentino su
VDBD – Viadellebelledonne

[17/11/2006] Claudio Spagnuolo su

[01/11/2006] Recensione periodico "Eur Torrino" su
Eur Torrino

[30/10/2006] Valentina Bruno su

[06/10/2006] Telefree su
TeleFree

[01/01/2006] Recensione Poeti e Poesia su
Poeti e Poesia
Recensione La Cantaora y el Duende su
LA CANTAORA Y EL DUENDE
L’atto unico scritto da Franco Romanò e da Loretta Sebastianelli, cattura fin dal titolo -evocativo quanto mai- ma anche dai rimandi letterari evidenti. La Cantaora, che si saprà alla fine avere un nome assai noto a tanghéri e amanti del flamenco in tutte le sue valenze, fu anche una presenza centrale e sofferta nella vita di Garcia Lorca, per il suo rapporto difficile con la donna. Quanto al Duende, traduzione in castigliano del daimon, di cui ha lungamente dissertato il filosofo e psicanalista James Hillman, è il “demone” junghiano dal quale i veri artisti sono posseduti. Per Garcia Lorca era scontato che fosse così.
Se dunque il titolo della pièce rimanda alle atmosfere del Romancero gitano e andaluso, il Messo che entra in scena per primo come avveniva nel teatro classico, enuncia il contenuto di ciò che seguirà. Lo spunto iniziale da cui l’opera prende le mosse sono gli ultimi istanti di vita del poeta andaluso, poco prima di essere fucilato dai franchisti. Su tali ultimi momenti sono fiorite molte leggende e i due autori ne scelgono una, rielaborandola a modo loro per tessere intorno ad essa il testo teatrale: notturno, onirico e lunare.
La protagonista che per prima occupa la scena è la Cantaora: la donna dorme nella sua stanza ma in realtà sogna, si muove e parla come una sonnambula. E cosa sogna? Sogna di dialogare con il poeta o meglio con il suo fantasma o daimon stesso (il testo mantiene su questo una felice ambivalenza: un Lorca morente o appena morto, oppure in bilico fra vita e morte, che entra a sua volta in scena con le movenze di un mimo). Sarà bene fermarsi un attimo sul sogno della Cantaora perché sembrerebbe introdurre un riferimento all’opera di Calderon De La Barca, ma è una pista che rischia di essere fuorviante. Se vi è un testo che possa avere ispirato il lavoro di Romanò e Sebastianelli, esso è piuttosto “O Marinheiro” di Fernando Pessoa. Nell’opera del maestro portoghese, tre sogni rappresentati da tre donne raccontano durante un’intera notte la storia di un fantomatico marinaio che non compare mai in scena. I tre sogni si dissolvono all’alba e nel testo di Pessoa non vi è alcun risveglio, né sapremo mai se è stato il marinaio a sognare. La luce del giorno dissolve la trama. In “La Cantora y el Duende”, invece, i due protagonisti -pur essendo una sonnambula e un mimo-fanstasma- sono assai reali e quando si risveglia, la Cantaora, cercherà di trattenere il proprio sogno. Lo farà scrivendo ciò che le rimane di esso, come fa chiunque abbia fatto un sogno che ritiene significativo o evocativo.
Il lettore o lo spettatore che segue il testo sarà prima coinvolto e poi testimone di un dialogo struggente che ai due protagonisti in scena sfugge. Ciò accade nell’oniricità dell’una, in veste di sognatrice, e nell’intangibilità dell’altro in quanto fantasma. Il loro stato di “non coscienza”, invece, sarà vissuto dal lettore o dallo spettatore in modo diretto. Questo metterà chi legge o chi guarda la scena, di fronte alla complessa difficoltà che ognuno di noi ha: quella di realizzare o dare un senso ai propri sogni, sia quelli onirici che quelli ad occhi aperti.
Franco Romanò e Loretta Sebastianelli su La città e le stelle
È nel cielo scoperto di agosto che abitano i sogni di ogni estate che va smarrendosi. È nell’immensa distesa blu della notte che cerchiamo le stelle, soprattutto quelle cadenti. Non credo che chi ha progettato il primo anfiteatro (quello di Statilio Tauro a Roma, nel 29 a.C.) questo lo avesse nel cuore, visto che munera e venationes ispiravano tutt’altro che sogni. Però forse la costruzione dell’anfiteatro di Verona ha dato una speranza ai sognatori. Oggi l’anfiteatro resta uno dei posti più romantici, capace di ospitare i sogni, il cielo e le stelle –a volte anche la stella più grande: il sole- e in quel posto immenso ogni cosa sembra possibile. In quello scorcio un po’ antico, un po’ magico, ogni parola sembra essere libera di arrivare fino su, oltre le nuvole, e immergersi fin dentro il cuore della terra. In quella terra quelle scale, quelle dell’anfiteatro, connettono uomini e dei. Come se Michelangelo, accolto dalle mura della maestosa Cappella Sistina, non abbia potuto pensare ad una connessione più grande di un dito della mano. Ma noi ci pensiamo e cerchiamo un posto dove “di qua” e “di là” possano connettersi. Quel posto prende forma nell’oniricità della notte, nell’amore dei due protagonisti di questo testo teatrale e soprattutto in un anfiteatro. L’atto unico “La Cantaora y el Duende” è pensato per abitare la magica atmosfera di un anfiteatro, per raggiungere i risvolti più romantici e più struggenti del vostro cuore e per sperare di riportare in vita l’amore tra Federico Garcia Lorca e Pastora Pavon. Soprattutto è pensato per permettere che ogni trasmutazione di sogno prenda forza e coraggio dal magico e suggestivo scenario e rivolga le sue preghiere direttamente alla luna o perché no, ad una stella che cade per i più romantici. Ora che l’estate va smarrendosi, rivolgiamo le nostre segrete parole all’orecchio teso di ogni anfiteatro che aspetterà con pazienza il coraggio di tornare là, a narrare questa storia. Nel frattempo, fintanto che una nuova estate non busserà alle porte dei nostri sogni, già messi in fila silenziosamente come fuori la porta di un forno tanto profumato, abbiamo cercato un anfiteatro senza cielo aperto che ospiti la nostra favola un po’ nera e un po’ rossa, ormai pronta per essere divisa con voi e con tutti. Così, la Cantaora y el Duende, Loretta Sebastianelli e io, vi aspettiamo all’inizio della prossima stagione teatrale. Vi diremo presto dove e quando. Che la chiusura di questa estate sia buona, in special modo per chi non teme la potenza di un sogno sussurrato in segreto alla luna. "Noi siamo della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni, e la nostra breve vita è circondata da un sonno."
Loretta Sebastianelli su Agenda di scrittore
La cantaora y el duende
L’anfiteatro…
È nel cielo scoperto di agosto che abitano i sogni di ogni estate che va smarrendosi. È nell’immensa distesa blu della notte che cerchiamo le stelle, soprattutto quelle cadenti. Non credo che chi ha progettato il primo anfiteatro (quello di Statilio Tauro a Roma, nel 29 a.C.) questo lo avesse nel cuore, visto che munera e venationes ispiravano tutt’altro che sogni. Però forse la costruzione dell’anfiteatro di Verona ha dato una speranza ai sognatori. Oggi l’anfiteatro resta uno dei posti più romantici, capace di ospitare i sogni, il cielo e le stelle –a volte anche la stella più grande: il sole- e in quel posto immenso ogni cosa sembra possibile. In quello scorcio un po’ antico, un po’ magico, ogni parola sembra essere libera di arrivare fino su, oltre le nuvole, e immergersi fin dentro il cuore della terra. In quella terra quelle scale, quelle dell’anfiteatro, connettono uomini e dei. Come se Michelangelo, accolto dalle mura della maestosa Cappella Sistina, non abbia potuto pensare ad una connessione più grande di un dito della mano. Ma noi ci pensiamo e cerchiamo un posto dove “di qua” e “di là” possano connettersi. Quel posto prende forma nell’oniricità della notte, nell’amore dei due protagonisti di questo testo teatrale e soprattutto in un anfiteatro.
L’atto unico “La Cantaora y el Duende” è pensato per abitare la magica atmosfera di un anfiteatro, per raggiungere i risvolti più romantici e più struggenti del vostro cuore e per sperare di riportare in vita l’amore tra Federico Garcia Lorca e Pastora Pavon. Soprattutto è pensato per permettere che ogni trasmutazione di sogno prenda forza e coraggio dal magico e suggestivo scenario e rivolga le sue preghiere direttamente alla luna o perché no, ad una stella che cade per i più romantici. Ora che l’estate va smarrendosi, rivolgiamo le nostre segrete parole all’orecchio teso di ogni anfiteatro che aspetterà con pazienza il coraggio di tornare là, a narrare questa storia. Nel frattempo, fintanto che una nuova estate non busserà alle porte dei nostri sogni, già messi in fila silenziosamente come fuori la porta di un forno tanto profumato, abbiamo cercato un anfiteatro senza cielo aperto che ospiti la nostra favola un po’ nera e un po’ rossa, ormai pronta per essere divisa con voi e con tutti. Così, la Cantaora y el Duende, Franco Romanò e io, vi aspettiamo all’inizio della prossima stagione teatrale. Vi diremo presto dove e quando. Che la chiusura di questa estate sia buona, in special modo per chi non teme la potenza di un sogno sussurrato in segreto alla luna.
"Noi siamo della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni, e la nostra breve vita è circondata da un sonno."
Rocco Loschiavo su
Mi ha sempre dato fastidio il definire con etichette standardizzate le creazioni dell’intelletto e dello spirito, per poter meglio affibbiare un rassicurante titolo o professione alla persona, così come avviene per il ciabattino, l’avvocato, lo spazzino, etc.
Quindi, se un essere umano crea della musica, è un musicista, se crea delle forme, è uno scultore, se crea dei versi, è un poeta.
Per me non è così. Per me, chi crea è semplicemente un artista. E’ una persona a cui è stato dato il dono, tramite la ricchezza del suo spirito e della sua intelligenza, di rendere bella, o almeno, migliore, la vita agli altri. Loretta Sebastianelli è una di queste persone.
Sì, compone delle poesie, ma questo non la rende automaticamente una poetessa: La rende un’artista, cioè qualcuno che può distribuire agli altri ricchezza. E’ chiaro che non sto parlando di un mecenate che gira con una valigia piena di monete d’oro, da distribuire ad ogni angolo di strada a tutti gli affamati, ma in fondo il suo compito non è molto diverso e la fame che riesce a saziare forse è anche più importante di quella fisica.
Nel corso degli ultimi decenni del ventesimo secolo, abbiamo assistito al folle dibattersi di nuovi stili poetici, sia in campo europeo che internazionale, che poco di bello ha saputo apportare al panorama poetico contemporaneo, trattandosi per lo più di penosi tentativi a livello puramente estetico, che hanno raggiunto il solo risultato di far allontanare ancora di più i neofiti lettori del genere, i quali, terrorizzati dalla loro limitata capacità di comprensione, hanno preferito la resa, con la convinzione di non essere all’altezza di capire, e quindi, godere della modernità di certe opere!
In questa situazione, la poesia della Sebastianelli arriva come un soffio di brezza profumata di fiori di campo; infatti nelle sue rime non vi è nulla di sofisticato o artificioso, ma soltanto la semplice bellezza delle emozioni e sensazioni di una donna moderna che, nella sua presa di coscienza morale ed intellettuale, lascia anche lo spazio a teneri romanticismi, pur non cedendo mai a tentazioni caramellose, tipiche di un certo tipo di poesia al femminile da cui ella si discosta in maniera netta.
Il pregio della sue creazioni è forse proprio questo: riuscire a comunicare sottili atmosfere in maniera sempre lucida ed asciutta, lasciando al lettore il compito di arricchire, se necessario, le immagini poetiche suggerite con la nitidezza di una macchina fotografica.
Anche i temi scelti sono variegati ed ampi...Nessuna psicotica fissazione su un soggetto particolare, ma piuttosto una dettagliata panoramica dei sentimenti umani, che sono quelli che più interessano la nostra amica scrittrice di versi, spaziando quindi in uno spettro di colori che va da quelli più intensi a quelli più chiari, così come nei sette Chakra.
Se dovessi paragonare la poesia della Sebastianelli a quella di altre distributrici di ricchezza del passato, dovrei riandare a tempi molto antichi, intorno al XII secolo, quando le donne cominciavano a poter esprimere liberamente i loro pensieri più intimi, i loro desideri, la loro sessualità.
Solo nella grazia, nella semplice, schietta bellezza dell’arte poetica di quelle dame, riesco a trovare un raffronto valido con la poesia della Sebastianelli.
E forse questo, è il miglior complimento che un critico possa fare ad una ragazza del XXI secolo, una vera artista, come Loretta Sebastianelli, che riesce a proiettarsi nel futuro, mantenendo le sue radici nel fertile suolo coltivato dalle sue precorritrici.
Franco Romanò su
Questo libro di Loretta Sebastianelli s’impone al lettore per la sua determinazione poetica. Cosa intendo con questa definizione? Entrando nel merito del testo, fin dai titoli delle poesie e delle sezioni, sono tre le caratteristiche che colpiscono il lettore.
Il primo è il tema dominante del libro e cioè l’eros, il discorso amoroso che per l’autrice s’identifica completamente con quello che Denis De Rougemont, nel suo libro L’Amore e l’occidente - nel quale considera le diverse concezioni dell’amore nella cultura occidentale - chiama amour fou. L’amor folle, la follia amorosa ed erotica avvolge per intero questo libro, lasciandoci nel mezzo di tutte le ambivalenze di questa prospettiva: è folle perché ogni amore è sempre folle? Perché l’amore può solo essere folle, altrimenti non è amore? Si potrebbe continuare all’infinito perché i testi che si susseguono nel libro mantengono il filo del discorso poetico sempre in tensione, senza sciogliere il mistero di questa ambivalenza.
Veniamo a un secondo aspetto: il costante riferimento al mondo classico e addirittura arcaico, al cui centro c’è un pantheon solo femminile, fatto di dee, figure del mito che sconfinano oltre l'universo greco, fino all’India. Durga, la dea dell’inaccessibilità, per esempio, figura centrale di un testo dove il tema è quello della irriducibile distanza che separa dall’altro o dall’altra e che ripropone, ancora una volta, il paradosso amoroso.
Infine la luna, realtà e simbolo femminile per eccellenza, presente anche quando formalmente assente dalla lettera del testo. Chimera è un libro notturno e lunare,
di chiaroscuri e improvvise illuminazioni, di versi che s’impennano al centro di una trama compatta, anche ritmicamente: gli intermezzi in prosa, fortemente evocativi anch’essi e ritmici, funzionano da raccordo fra momenti diversi.
Tornando allora a quella che ho definito all’inizio determinazione poetica, credo che ora ne siano più chiari i contorni. Tenere insieme tema, lessico, ritmo, atmosfere, colore, riferimenti alla tradizione che si è scelta, significa scrivere una poesia riconoscibile perché dettata da un’urgenza che non ammette deroghe o scarti dal percorso scelto.
Il difetto di molta poesia giovane e meno giovane contemporanea, non è infatti una mediocrità che si riconosce dopo una pagina: il confronto, forse persino la partecipazione a gruppi o a qualche scuola di scrittura hanno generalmente alzato il livello medio di ciò che si scrive. Il problema è che, spesso, si ha la sensazione di avere letto o udito versi che poi si fa fatica a ricondurre a questo o a quel poeta. La poesia di Loretta Sebastianelli è invece riconoscibile, un po’ come quando a proposito della pittura un tempo si usava l’espressione ‘quella è la tavolozza del pittore’, sono i suoi colori, il suo modo di declinarlo con quelle sfumature e non con altre.
Gabriella Gianfelici e Lucianna Argentino su VDBD – Viadellebelledonne
La pioggia è il “filo” che unisce queste tre composizioni di Loretta Sebastianelli, giovane poeta romana che con il libro di poesie: “Triade”, Azimut ed. ha esordito nel mondo letterario.
Pioggia incessante, decisa come una danza, pioggia amara e colorata. Ossimori forti, desiderio di trasmettere il dolce e l’oscuro, la confusione e lo sbigottimento che danno la malinconia come la serenità.
Poesia in movimento e in crescita, verso che si libra per poi ritornare più stretto, si cerca la via dei fiori, impetuosamente.
La pioggia scende, lava e purifica. Fa rinascere con mille colori diversi.
Altrimenti le nuvole ci respirano addosso e fanno male, quasi schiacciano.
(Gabriella Gianfelici)
La malinconia sembra aleggiare sui versi di Loretta Sebastianelli come un velo di nebbia e non solo per il facile accostamento con Londra, luogo fisico, luogo della distanza, che tuttavia emerge più come ambientazione interiore, quasi fusa con lo stato d’animo del poeta, ma perché una presenza vi getta la polvere della sua assenza. Parole semplici che scandiscono il tempo della nostalgia, cercano di colmare il vuoto, la mancanza. E la pioggia “ unico suono che voglio sentire” è il ritmo delle cose, è il tamburellare stesso del cuore, delle sue gocce d’amore che cadendo danno voce al silenzio.
(Lucianna Argentino)
Claudio Spagnuolo su
“…la verità è che io sono viva…”.
Potrebbe essere questa la sintesi del bel libro di Loretta Sebastianelli “Triade” ed. Azimut.
Triade perché tre sono le parti che compongono questo lavoro: “Le cose preziose”, ossia i gusti e gli odori della vita, “La via di Dorotea” e “Soffiami d’oro” dedicata alla sfera dei sentimenti amorosi.
Un lavoro che sembra scritto apposta per accompagnarti attraverso la notte con una leggera profondità che aderisce alla pelle del lettore pagina dopo pagina.
Un libro carico di presenze inespresse, percezioni inafferrabili. Un libro carico di assenze e di sentimenti sfiorati. Voglie e timori.
Gli occhi di Loretta Sebastianelli diventano inevitabilmente i nostri occhi ( è questa la funzione dei poeti?) e si vestono di una delicata sensibilità nuova .
Si parla anche di amore, ma con la quieta curiosità di chi, nell'altro, cerca la conoscenza di sè, senza follia ma con una sorta di dolce malinconia.
Un discorso a parte merita la poesia “Il signore del male”. Il passato e il presente diventano fiumi che si uniscono in un dolore lontano e lancinante. Un ferita chiusa dal tempo ma che continua a far male.
Ma anche in questo aprire al lettore le porte più intime di Loretta Sebastianelli piace quel suo modo di raccontare delicato, attento alle parole, ad affiancarle ed a disporle nel testo quasi fossero di vetro e rischiassero di infrangersi urtando fra loro. Perché le parole, ed è forse questo il vero messaggio di questo libro, sono armi potentissime contro tutti i “Signori del male” che inevitabilmente, con maschere e visi diversi, incrociano le strade di chiunque.
In conclusione è un lavoro che non può non piacere. Un libro che regala punti di vista inusuali.
Sono poesie che sembrano spesso girarsi dall’altra parte, ma non per voltare le spalle ma semplicemente per indicare altri sentieri.
Recensione periodico "Eur Torrino" su Eur Torrino
Triade è una trilogia poetica giovane e profumata.
Loretta Sebastianelli racconta con versi vicini alle persone, non ermetici, la sua visione della vita. Una visione vicina alla sensibilità di tutti noi.
Con il suo versificare ci mostra una finestra su un mondo a volte ostile verso la poesia, classificata troppo spesso noiosa. Questo libro è una stimolo a vedere la bellezza delle cose, a scoprire visioni metaforiche dell'amore e della passione che, poesia o no, fanno sognare e soffrire tutto il mondo da sempre.
Postfazione di Patrizia Cimini.
Un libro che si legge tutto d'un fiato.
"…Figlia di tutto questo importante passato la poesia di Loretta Sebastanelli si cimenta in un circo a tre piste, su cui far correre cavalli, elefanti e tigri.
Non usa solo il verso libero, prova i giochi di assonanze, paronomasie e ossimori, e rubando il mestiere ai musicisti del passato che introducevano improvvisamente colpi di piatti dove l'armonia non li chiedeva per svegliare il pubblico, chiude o apre il suo versificare con improvvisi cambiamenti di rotta che ri-prendono l'attenzione del lettore…"
Loretta Sebastianelli
Nasce in provincia di Roma il 3 giugno del 1974. La passione per la scrittura che l'accompagna sin dal diario segreto dall'infanzia, nel tempo si è rafforzata: in special modo, la poesia è la sua forma d'espressione preferita.
Significativo il concorso Elsa Morante, dove si è classificata al primo posto.E'amante della bellezza sommersa in tutte le sue forme, dell'Art Nouveau, delle liriche d'amore, della Luna e della musica, con particolare devozione al pianoforte.
Scrive di notte, saluta il nuovo giorno prima di andare a dormire e non esce mai di
casa senza un oggetto viola indosso.
Triade è la sua prima silloge
Valentina Bruno su
Edizione curata, grafica affascinante.
Libro d’esordio, di parole chiare e distese, pronte a spiegare. Vari i metri, le forme, le rime. Repetita iuvant le anafore. Tre sezioni distinte per un’autobiografia voluta in versi, per una narrazione di sé che attraversa anni e stati d’animo diversi, in un’oscillazione continua tra cronologia e immaginazione. Ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere abitano uguali questo testo elaborato in un processo lungo e tutt’altro che lineare. Già antologia, già triade.
Must be over the rainbow.
Telefree su TeleFree
"..Figlia di tutto questo importante passato la poesia di Loretta Sebastianelli si cimenta in un circo a tre piste, su cui fa correre i cavalli, elefanti e tigri..." di Patrizia Cimini.
Loretta Sebastianelli il 21/10/2006 presenterà, a Roma in via Efeso 24/26 h 17.00,"TRIADE" una raccolta di poesie pubblicate da Azimut.
Questa scrittrice che dall'infanzia, con il suo diario, coltiva la passione dello scrivere fino ad esprimere "l'arte del comunicare" ha partecipato a diversi concorsi letterari dove e' stata sempre apprezzata.
Protagonista alla V edizione del Premio Internazionale " Una Rosa per Santa Rosa" riceve un Diploma d'Onore per la composizione di Limerik e Calligramma a tema.
Al concorso di Elsa Morante si è classificata al primo posto mentre nel 2005 viene pubblicata una miniantologia poetica a cura della Casa Editrice Progetto Cultura.
La forma d'espressione preferita da Loretta Sebastianelli è la poesia e TRIADE , la sua prima silloge, e' un condensato piacevole del suo animo poetico.
Fabrizia Cimini dice ancora di lei : " ...Sebastianelli grida la sua indipendenza con molta fierezza, esprime il suo punto di vista, volteggia sul trapezio del senso, costringe le tigri del passato a confrontarsi con la sua doma giudicante come in "Juana" , dedicata alla grande santa della Francia, o accende un cerchio a cui dà fuoco e poi ci salta dentro, indenne, come in " le parole del poeta"
Recensione Poeti e Poesia su Poeti e Poesia
Loretta Sebastianelli, giovane poetessa romana, esordisce con la raccolta Triade offrendo al lettore momenti di grande intensità. Padroneggiando con sicurezza "strumenti del mestiere" come allitterazioni e ossimori, l'autrice dimostra anche una notevole versatilità negli accorgimenti metrico-musicali propri del linguaggio poetico.
Nocciolo della sua riflessione sono il dolore dell'esistenza e soprattutto un senso di furiosa ribellione ai compromessi del quotidiano, al conformismo, all'ipocrisia che chiama a prese di posizione nette. Un senso di malinconia pervade l'intera raccolta, che nelle liriche di argomento amoroso vira nei toni della netta disillusione. Il quotidiano viene affrontato come continua battaglia, con una carica vitale che si rinnova ogni mattino a sconfiggere un senso di vuoto incipiente.